10 giugno 1981

10 GIUGNO 1981 INCIDENTE DI VERMICINO
 

Oggi purtroppo ricorre una tristissima ricorrenza, alle ore 19:00 di mercoledì 10 giugno del 1981 il piccolo Alfredino Rampi cadde in un pozzo artesiano.
La sua agonia durò per tre giorni, in cui i soccorsi furono disperati, però purtroppo il piccolo bimbomorì nel pozzo ad una distanza di 60 mt.

Come detto in soccorsi furono tempestivi e immediati, la vicenda fu toccante per molti, tutti erano incollati alla TV per seguire le operazioni di soccorso, anche  il Presidente Pertini seguì con ansia la vicenda,
da Wikipedia ecco la cronologia dei soccorsi:
I soccorsi

Nel giro di pochi minuti i soccorritori si radunarono all’imboccatura del pozzo. Come prima cosa venne calata nella voragine una lampada, tentando invano di localizzare il bambino. La prima stima rilevò che Alfredo era bloccato a 36 metri di profondità: la sua caduta era stata arrestata da una curva o una rientranza del pozzo.

Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili: la voragine presentava infatti un’imboccatura larga 28 cm, una profondità complessiva di 80 metri e pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze. Giudicando impossibile calarvi dentro una persona, il primo tentativo di salvataggio consistette nel calare nell’imboccatura una tavoletta legata a corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparvisi per sollevarlo; tale scelta si rivelò un grave errore, in quanto la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, ben al di sopra di Alfredino, e non fu più possibile rimuoverla, cosicché il condotto ne risultò quasi completamente ostruito[1]. Attorno all’1 di notte alcuni tecnici della Rai, allertati allo scopo, piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un’elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con Alfredino. Il bambino, almeno per il momento, rispondeva lucidamente.

Non essendo possibile calare una persona direttamente nello stretto pertugio, si pensò di scavare untunnel parallelo al pozzo, da cui aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri, che consentisse di penetrare nella cavità poco sopra il punto in cui si supponeva si trovasse il bambino. Per far ciò occorreva unatrivella, che reperita alle ore 6:00 grazie alla pronta disponibilità del giornalista del TG2Pierluigi Pini, che aveva visto per caso un appello in tal senso su una emittente televisiva privata laziale e ne possedeva una.

Alle ore 4:00 dell’11 giugno giunse sul posto un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino, che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo. Il caposquadra, il ventiduenne Tullio Bernabei, di corporatura sufficientemente magra, fu il primo a scendere nel pozzo: calato a testa in giù, tentò di rimuovere la tavoletta che era rimastra incastrata. Tuttavia i restringimenti del pozzo gli consentirono di arrivare solo ad un paio di metri da questa. Dopo di lui si calò un secondo speleologo, ma anch’egli arrivò a pochissima distanza dalla tavoletta, non riuscendo a prenderla. Nel frattempo i Vigili del fuoco avevano iniziato a pompareossigeno nel pozzo, allo scopo di evitare l’asfissia del bambino.

Il comandante dei Vigili del fuoco di Roma,Elveno Pastorelli, giunto nel frattempo sul posto, ordinò allora di sospendere i tentativi degli speleologi e concentrare gli sforzi nella trivellazione del “pozzo parallelo”. Unageologa lì presente, Laura Bortolani, ipotizzando i substrati di terreno molto duri che si sarebbero incontrati in profondità, fece notare a Pastorelli che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione, e pertanto propose di proseguire anche con gli altri tentativi nel pozzo in cui si trovava Alfredino. Secondo Tullio Bernabei tale suggerimento sarebbe stato respinto da Pastorelli, il quale avrebbe ribadito il divieto di ulteriori discese, ordinando pertanto agli speleologi di sgomberare.
Dopo la dichiarazione di morte presunta, per assicurare la conservazione del corpo, il magistrato competente ordinò che fosse immesso nel pozzo del gas refrigerante (azoto liquido a −30 °C). Il cadavere fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, ben 28 giorni dopo la morte del bambino.

I ventuno minatori furono allertati quando ormai ogni speranza era sfumata e si trattava soltanto di recuperare la salma per darle sepoltura. Composero la squadra Italico Neri, Floriano Matteini, Leonello Lupi, Renato Bianchi, Ledo Mancini, Sirio Mengozzi, Giovanni Anedda, Mario Balatresi, Franco Montanari, Lauro Tognoni, Alberto Torresi, Spartaco Stacchini, Rino Paradisi, Silvano Monaci, Alberto Brachini, Renzo Galdi, Mario Zanaboni, Mario Deidda, Aldo Tommasselli, Pellegrino Falconi e lo stesso Torello Martinozzi. I minatori raggiunsero Vermicino il quattro luglio e, dopo aver piazzato le loro attrezzature, si calarono nel tunnel parallelo profondo 70 metri con un diametro di 90 centimetri scavato dai vigili del fuoco a sedici metri dal pozzo artesiano nel quale era caduto Alfredino. Il loro compito era quello di realizzare una galleria per raggiungere il punto esatto dove giaceva il corpo del bambino. Fu un intervento complesso e pericoloso. I minatori lavorarono in tre turni continui e dopo sei giorni, intorno alla mezzanotte del 10 luglio, ebbero la percezione di essere vicini alla meta. “Era come se stessero lavorando nella loro miniera scavando per tentare di salvare un loro compagno sommerso da una frana” raccontarono le cronache. Verso le sette del mattino del giorno successivo il cadavere di Alfredino fu raggiunto. Dopo ulteriori otto ore di lavoro, quando erano circa le tre del pomeriggio fu portato in superficie. “I minatori di Gavorrano smontano le attrezzature in silenzio e con gli occhi lucidi, lasciando quel luogo di tragedia divenuto, nei giorni precedenti, palcoscenico di spettacolo”. Fecero ritorno in provincia di Grosseto “disdegnando ogni forma di protagonismo mentre, da settimane, andava in onda il tormentone delle interviste televisive”.

Alfredino fu sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Qualche mese dopo la morte del figlio, la madre di Alfredino, Franca Rampi, fondò il “Centro Alfredo Rampi” (poi divenuto unaONLUS), che da allora si occupa di formazione alla prevenzione e di educazione al rischio ambientale.

È ormai accertato che nei soccorsi mancarono organizzazione e coordinamento. Ad esempio non fu mai transennata la zona intorno al pozzo, tanto che chiunque poteva avvicinarsi a esso e persino guardarvi dentro.

Di tutti gli errori e le manchevolezze la madre di Alfredino, Franca Rampi, parlò al Presidente Pertini, intervenuto sul luogo della tragedia, promuovendo di fatto la nascita dellaProtezione Civile, all’epoca ancora solo sulla carta.

Ciao Alfredino, piccolo angelo, non ti dimenticheremo mai!!

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